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In una vita – patrimonio condiviso

In una vita racchiude in sè tutto il senso della consapevolezza dell’esserci, della propria presenza nella storia, sia come osservatore che come partecipante, e del bisogno viscerale di non disperdere e regalare all’oblio delle menti tutti i ricordi, i volti, gli odori, le sofferenze, la fame e le lotte in essi custoditi.

Un libro che è un vero e proprio patrimonio culturale collettivamente condiviso dove si alternano narrazione biografica, storie di vita quotidiana e la Storia.

Sarà per la mia formazione antropologica che lo definirei un resoconto di antropologia della memoria, individuale e allo stesso tempo collettiva, dove l’atto del raccontare e quindi del ricordare non può essere separato dal contesto sociale e culturale. Un ricordare che, attraveso le immagini evocate dall’autore, ricollega la memoria di Giuliano Dimilta a quella della comunità cui egli appartiene riaffermando le proprie identità – accetturese, lucano, italiano in terra straniera, militante politico, sindacalista al fianco degli ultimi ma, soprattutto, intimamente figlio, fratello, marito, padre e amico.
L’autore ci regala uno spaccato di vita di quasi un secolo dell’Italia intera, e non solo, e di tutti gli avvenimenti storici che si sono avvicendati – dalla guerra all’emigrazione, dalla fame alle lotte politiche, passando attraverso furori individuali fino ai cambiamenti epocali avvenuti nel corso del Novecento.
Nel susseguirsi delle pagine si affacciano una miriade di volti relativi ai diversi personaggi che hanno riempito o anche soltanto attraversato la vita del protagonista. Questi volti emergono per un attimo, sono colti nei momenti salienti delle loro esistenze e riassorbiti dalla Storia.

Filo condutture della vita di Giuliano è il mondo contadino che lo ha accompagnato in tutta la sua vita e che sotto varie forme lui ha sempre cercato di riscattare. Una vita, dunque, quella che si snoda tra le pagine di questo libro, piena di passione e di impegno che ci fa percepire un bisogno intimo, profondo di giustizia e di difesa degli ultimi che va oltre i motivi di sola natura politica, ma che sono strettamente legati all’essere parte attiva di questo mondo. Da qui la necessità dell’autore di dover raccontare e riflettere sull’importanza del passato nella costruzione del futuro.
Immagini-parole che rimandano alla mente i nostri avi e che dovranno farci constatare, fuori da ogni nuova damnatio, la loro dignità, il loro valore in una Italia sempre più dimentica di ciò che è stato e sempre più priva di radici.

Un libro che è uno spazio dove la dimensione della memoria non si attesta a mero documento ma diventa forza evocatrice: insomma una banca del tempo che acquista, a mio avviso, un’importante funzione didattica, quella di avvicinare il nostro presente alla Storia.

Una frase mi ha fortemente colpito e penso che racchiuda il senso dell’intero libro ricordandoci che la nostra identità è frutto del nostro passato e che vivere senza il passato significa vivere nell’oscurità.

«Non vogliamo morire come siamo nati. Abbiamo il diritto e il dovere di provare a cambiare per noi e anche per voi che non ci credete e che criticate la parte sbagliata. Tutto questo lo facciamo anche per quelli che verranno dopo».

Edizioni Transumanti/ VT